Il tempo come materia: la mia pittura come atto di memoria
Ogni volta che inizio a dipingere una nuova Tuffatrice, recupero un filo invisibile che parte da un’epoca lontana.
Il mio desiderio è semplice e radicale: trasformare il tempo in materia, rendere visibile l’invisibile, risvegliare le storie sommerse delle prime donne che osarono tuffarsi.
In questo articolo racconto la genesi di questo lavoro — gli archivi, le fotografie d’epoca, la scoperta delle pioniere olimpiche — e la mia costante tensione verso l’autenticità e il valore simbolico dell’opera.
Con Il tempo come materia: la mia pittura come atto di memoria voglio che il lettore entri con me in questo percorso lungo, che capisca non solo la forma, ma la gravitas che ogni opera racchiude.
L’innesco: un incontro casuale con il passato
La ricerca delle Tuffatrici non è nata in uno studio vuoto: è stata una coincidenza, un lampeggio di curiosità.
Un giorno, scorrendo vecchi archivi online — fotografie anni ’20, giornali internazionali, collezioni sportive americane e europee — ho trovato immagini di donne che si tuffavano da trampolini, in pose di grazia perfetta. Quelle silhouette sospese nel gesto mi hanno parlato.
Non erano icone astratte: erano donne vere, con nomi, storie, sogni. Donne che forse non hanno avuto il riconoscimento che meritavano, ma che hanno osato abitare l’acqua, sfidare la gravità, incarnare libertà.
Così, giorno dopo giorno, ho raccolto fotografie in archivi stranieri, scansioni digitali, ritagli di riviste d’epoca: immagini sbiadite, piccole imperfezioni del tempo, tracce che mi guidavano.
E ho pensato: e se quelle mani che si lanciano dal trampolino fossero anche mani che cercano memoria?
Da quell’innesco, ho deciso che la pittura sarebbe stato il mio mezzo per restituire dignità a quel gesto.
Nostalgia e identità: scavare tra le pieghe dell’immagine
Quando guardo una fotografia d’archivio, non vedo solo un’immagine ferma: vedo una soglia.
Vedo la tessitura del tempo che si incrina, i bordi consumati, i dettagli che l’oblio ha inghiottito.
E lì inizia il mio lavoro: ricostruire, risignificare, dare densità a quel vuoto.
In questa fase esploro la tensione tra ricordo e interpretazione.
Non voglio riprodurre fedelmente la fotografia: voglio evocarla.
I lineamenti si dissolvono, i contorni diventano suggeriti, i gesti si dilatano.
La memoria non è uno specchio, è una riscrittura.
A volte riprendo frammenti delle fotografie: un tuffatore in lontananza, una figura che appare sopraffatta dall’aria e dall’acqua. Li incorporo nelle tele o sulle carte, come ossature lievi, per costruire un dialogo tra memoria visiva e gesto presente.
“Non dipingo ciò che ho visto: dipingo ciò che ricordo di aver sentito.”
Questa frase è la mia bussola.
Il processo in studio: stratificare tempo, carta e colore
Quando inizio una delle mie Tuffatrici, entro in uno spazio che non è solo fisico ma interiore.
A volte lavoro su grandi tele, dove il gesto si espande, dove il corpo interagisce con la superficie come in una danza.
Altre volte scelgo la carta, un supporto che mi permette di dialogare con la leggerezza e la fragilità.
La carta respira, assorbe, trattiene l’impronta del tempo. Ogni strato di colore lascia una traccia, come un ricordo che riaffiora lentamente.
Uso pigmenti, acquerelli, gessi e velature sottili.
Mi piace che la materia non copra, ma riveli.
Spesso cancello, poi riscrivo, come si fa con la memoria: la verità di un gesto nasce anche dall’imperfezione.
Nel corso di quasi dieci anni, ho alternato serie su carta più intime, diaristiche, a grandi lavori su tela che dialogano con l’architettura e lo spazio espositivo.
Carta e tela non sono alternative: sono due ritmi del mio stesso linguaggio.
Due modi di dare corpo al tempo.
“La carta custodisce il respiro.
La tela custodisce la distanza.
Io abito entrambi.”
Le Tuffatrici: tra pioniere olimpiche e archeologia femminile
Il mio lavoro sulle Tuffatrici è anche lavoro di archeologia femminile.
Ho scoperto donne che hanno gareggiato nei primi decenni delle Olimpiadi femminili, quando le compagini sportive iniziarono ad includere le donne anche nei tuffi.
Ho trovato nomi come Katherine Rawls, campionessa olimpica americana degli anni Trenta, e molte altre di cui restano solo immagini e date.
Non tutte le tuffatrici che tratto nei miei quadri hanno un’identità documentata.
Alcune sono figure composite, costruite nella memoria e nell’immaginazione.
Altre sono ritratte sulla base di fotografie reali, ma ridipinte, risignificate.
Tra queste immagini forse c’è una “prima donna” dimenticata, un volto che nessuno più ricorda.
Ho anche visto come alcune riviste e testate d’arte — da Elle Italia a Exibart, Juliet e Arte.go, La Reppublica, il Corriere dello sport — abbiano raccontato il mio lavoro come un dialogo tra memoria, corpo e contemporaneità.
Le mie Tuffatrici sono state lette come gesti di emancipazione e coraggio, simboli di una libertà fisica e mentale che attraversa il tempo.
Questo riscontro esterno mi conferma che non lavoro soltanto per me stessa, ma per un “noi collettivo”: un pubblico che cerca voci silenziose, che desidera vedere la storia al femminile emergere.
Il valore per il collezionista: memoria, unicità e pertinenza
Quando mi confronto con chi acquista arte — collezionisti, galleristi, interior curator — so che l’opera deve parlare anche una lingua di valore.
Un quadro non deve essere solo bello: deve essere significativo, portatore di messaggio, con un peso simbolico.
Le mie Tuffatrici non sono decorazioni: sono narrazioni.
Portano con sé una ricerca di lungo corso.
Ogni opera ha una unicità cronologica: perché io non ripeto, non moltiplico copie uguali.
Ogni carta o tela è irripetibile: i pigmenti, la stratificazione, la luce sono momenti che non si possono replicare.
Quando un collezionista sceglie una mia opera, acquista memoria.
Acquista un gesto che riconnette passato e presente.
Acquista un pezzo di poesia incarnata.
E questo, credo, è ciò che rende l’arte investimento culturale e affettivo, non solo estetico.
Lo studio, la vita quotidiana, il gesto radicato
Il mio studio in provincia di Mantova — a pochi chilometri dalla mia casa in provincia di Verona — è diventato il mio luogo del tempo.
Ogni giorno entro in quello spazio che ho costruito con le mie mani: mobili assemblati da me, scaffali su misura, attrezzature fotografiche, tele grandi, carte sparse, un manichino d’epoca degli anni ’40 che custodisce il tempo.
Ho un angolo per il tè, un piccolo frigo, strumenti per lavorare, tele appoggiate alle pareti.
Il mio studio è pieno di carta, luce e memoria.
Spesso mi fermo a contemplare i materiali: un foglio ingiallito, una foto slavata, una tavolozza.
Quel piccolo gesto — prendere in mano un frammento — può essere l’innesco di un quadro.
La disciplina non è rigore ma presenza quotidiana: entro anche se non ho voglia, anche se non so dove andrò.
E proprio da quel silenzio emergono i gesti più veri.
Il tempo come materia (e invito al viaggio)
La mia pittura è un atto di resistenza contro l’oblio.
Le Tuffatrici sono le mie testimoni silenziose: donne che osarono tuffarsi, osarono porsi in volo, e che meritano di essere ricordate.
In quasi dieci anni ho costruito un dialogo tra archivi e gesto, tra memoria visiva e corpo, tra identità femminile e coraggio.
Credo che l’arte — quando diventa atto di memoria — abbia una forza che trascende l’oggetto: apre spazi di relazione, invita a interrogarsi.
Se stai leggendo questo, ti invito a fermarti davanti a una mia opera, a respirare il tempo che ha dentro, a fare il passo verso la scoperta della collezione Le Tuffatrici.
Scopri le mie opere nella collezione Le Tuffatrici
o contattami per una commissione personale: potremmo scrivere insieme un nuovo capitolo di memoria visiva.
il tempo come materia
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