Pittura astratta su tela e filo: la serie 2026

Tra acqua e terra: la nuova serie 2026 e il filo che diventa memoria

La pittura astratta su tela nasce, per me, nel momento in cui il colore smette di obbedirmi. Lo verso sulla superficie, lo guido con l’acqua, provo a indirizzarlo e poi, semplicemente, lascio che trovi la propria strada. È in quell’istante che prende forma ogni opera della mia nuova serie 2026: non quando controllo completamente la materia, ma quando accetto di ascoltarla.

Negli ultimi mesi ho lavorato quasi ogni giorno su questo nuovo corpo di opere, un percorso che intreccia pittura, acqua e arte tessile. Il filo entra nel colore, lo attraversa e lo completa. È un progetto che mi sta coinvolgendo in un modo che non sentivo da tempo, ed è per questo che ho deciso di raccontarlo qui, passo dopo passo, prima ancora che diventi una mostra.

Il punto di partenza: tuffatrici e spiagge minimaliste

Devo essere onesta con voi. Questa nuova serie non è nata dal nulla e non è nemmeno nata facilmente.

Per anni, anni veri e non soltanto mesi, ho dipinto quasi esclusivamente due soggetti: le tuffatrici e le spiagge minimaliste.

Da una parte c’era il corpo nell’istante prima dell’impatto con l’acqua, la sospensione, la verticalità di un gesto che si compie in una manciata di secondi e che, una volta fermato in un’immagine, sembra durare per sempre.

Dall’altra parte c’era l’orizzonte piatto, l’essenzialità di una linea capace di separare cielo e acqua senza avere bisogno di altro.

Sono sempre state due ricerche distinte, con un proprio linguaggio e un proprio tempo. Continuo a sentirle così anche oggi. Quello che è cambiato è il modo in cui ho iniziato a lasciarle parlare tra loro, invece di tenerle separate come avevo sempre fatto.

Non vi nascondo che restare per anni su questi due soggetti, per quanto li ami profondamente, a volte mi ha fatto sentire chiusa in una stanza con due sole finestre. Bellissime, ma sempre quelle.

C’erano giornate in studio in cui mi chiedevo se sarei stata capace, un giorno, di dipingere qualcosa che non fosse né un tuffo né una riva.

La pittura astratta su tela mi ha permesso di affrontare questa domanda senza cancellare ciò che avevo costruito fino a quel momento. Al contrario, mi ha aiutata a trasformarlo in un nuovo punto di partenza.

Questa serie nasce esattamente da quella domanda. La risposta che ho trovato mi ha sorpresa più di quanto mi aspettassi: posso diversificare. Posso lavorare su più filoni contemporaneamente, senza avere paura di tradire ciò che ho realizzato finora.

Più lo faccio, più mi rendo conto che questi percorsi, il vecchio e il nuovo, non si escludono. Li sto portando avanti in parallelo e, per un’artista, questa è una scoperta incredibilmente liberatoria.

Chi segue il mio lavoro da più tempo e conosce le mie tuffatrici e le mie spiagge ha notato questo cambiamento. Mi scrivono spesso per chiedermi come riesca a passare da un minimalismo così estremo a un uso del colore così pieno, quasi opposto.

Non ho ancora una risposta perfetta da dare. Quello che so è che il filo conduttore non si è mai spezzato.

A cambiare è la distanza da cui guardo una stessa ossessione di sempre: l’acqua, il corpo, il limite tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. I linguaggi restano diversi e voglio che continuino a esserlo, ma ora riesco a riconoscere meglio ciò che li unisce.

Per settimane ho tenuto questi due mondi separati nei miei quaderni di studio. Da un lato c’erano pagine piene di corpi in torsione, arti tesi e istanti di sospensione prima dell’acqua. Dall’altro c’erano pagine quasi vuote, attraversate da una sola linea orizzontale, con variazioni infinite sulla stessa linea di costa.

Continuavo a chiedermi che cosa ci fosse in comune tra un gesto così carico di tensione muscolare e uno così silenzioso e piatto.

La risposta, quando è arrivata, non è stata concettuale. È stata fisica.

È arrivata dal pigmento stesso, nel momento in cui ho cominciato a versare il colore diluito sulla tela tesa in verticale invece che in orizzontale.

Scendendo, il colore si comportava come un corpo che cadeva. Risalendo per capillarità nella trama della tela, si comportava come una marea che avanzava sulla sabbia.

Le due ricerche, nella materia, non erano mai state davvero opposte.

Le forme nate da questo incontro non rappresentano né un corpo né un paesaggio. Sono getti, coni ascendenti, presenze verdi e ocra che salgono dal margine inferiore della tela come se stessero ancora cadendo, o forse risalendo.

Non lo so nemmeno io con certezza e credo che proprio questa ambiguità sia il cuore del lavoro. Ogni opera contiene insieme la memoria del tuffo e quella della riva, senza sciogliere mai completamente la tensione tra le due.

Il processo della pittura astratta su tela: acqua e attesa

Ogni opera nasce da un gesto che non controllo del tutto.

Stendo il colore molto diluito direttamente sulla tela, spesso posata in piano sopra un grande tavolo rotondo del mio studio, e lascio che l’acqua faccia il proprio lavoro.

Il pigmento si espande dentro la trama del tessuto, trova le fibre più assorbenti, rallenta dove l’ordito è più denso e crea bordi frastagliati, quasi organici. A volte ricordano licheni, muschio, corteccia bagnata o terre osservate dall’alto.

È un dialogo continuo tra pigmento e materiale. La tela non è mai un supporto neutro, ma una superficie viva che decide insieme a me dove il colore può andare.

In questa pittura astratta su tela, l’acqua non è soltanto uno strumento tecnico. È una presenza che partecipa direttamente alla costruzione dell’opera.

Solo dopo, quando il pigmento si è depositato e asciugato, intervengo nuovamente.

Aggiungo dettagli puntinati, piccole esplosioni di giallo o di ocra che interrompono l’uniformità del verde. Lascio che alcune aree rimangano quasi bianche, sospese, come un respiro trattenuto.

Non voglio raccontare questo processo come se fosse sempre semplice, perché non lo è.

Ci sono tele che ho dovuto abbandonare a metà, colori che si sono mescolati in un modo che non desideravo e giornate intere trascorse a correggere un bordo che continuava a sembrarmi sbagliato.

Il processo non è mai fluido come può apparire osservando il risultato finito.

È fatto di tentativi, di tele girate e rigirate contro il muro perché non riuscivo più a guardarle, di momenti in cui ero sicura di aver rovinato tutto.

Poi, quasi sempre quando meno me lo aspetto, arriva il momento in cui la tela si ricompone. Il risultato finale mi sorprende più di quanto avessi immaginato durante la fase di progetto.

È proprio in questo contrasto, tra la fatica del percorso e la sorpresa dell’arrivo, che trovo il senso di continuare.

“Il mio lavoro parte dalla natura, ma non cerca di riprodurla. Si muove, si espande e trova un proprio equilibrio.”

È una frase che ho scritto qualche settimana fa raccontando il lavoro sui social e che riassume bene il mio metodo.

Non sono io a decidere completamente dove andrà il colore sulla tela. Io creo le condizioni, osservo ciò che accade e infine scelgo che cosa fermare e che cosa lasciare ancora aperto.

Pittura astratta su tela e arte tessile: quando entra il filo

Questo è il punto della serie che mi emoziona maggiormente e sul quale desidero concentrare la ricerca dei prossimi mesi: l’ingresso del filo ricamato direttamente sulla tela dipinta.

Non considero il ricamo una decorazione, un bordo o una cornice. Per me è una traccia.

È una linea cucita a mano, punto dopo punto, che attraversa il colore già asciutto e disegna un secondo paesaggio sopra il primo.

In una delle opere più recenti, un filo azzurro acceso si muove in modo sinuoso sopra un fondo verde scuro, quasi notturno. È cucito a vista sulla superficie pittorica della tela, come un fiume che scorre sotto la superficie o come una cicatrice che si è rimarginata lasciando un segno luminoso.

Quel gesto di ricamo, lento, manuale e ripetitivo, è l’esatto opposto della libertà incontrollata del colore diluito che impregna la tela.

Il pigmento si espande senza seguire una regola prestabilita. Il filo, invece, procede punto dopo punto, con un tempo tutto suo, quasi a voler dare una direzione a ciò che la pittura ha lasciato andare.

È in questo dialogo tra pittura astratta su tela e arte tessile, tra fluido e cucito, tra caso e controllo, che sento di aver trovato il linguaggio più autentico per questa fase del mio percorso.

La pittura mi offre l’imprevisto. Il ricamo mi restituisce la possibilità di scrivere, letteralmente con ago e filo, sopra quell’imprevisto.

Il centro del progetto non è la pittura da sola e non è nemmeno il ricamo considerato separatamente. È l’incontro tra queste due pratiche, tra due tempi e due gesti completamente differenti.

Forme aperte tra natura e memoria

Una delle domande che rivolgo più spesso a chi osserva queste opere è molto semplice:

Che cosa vedi tu in questa forma?

“Forme che emergono dalla natura, ma mai del tutto definite. Queste opere astratte cercano di raccontare la natura. La linea ricamata traccia paesaggi, fiumi, montagne o forse altro. Una luna, un sole, un ricordo.”

Non do mai una risposta definitiva, perché non ce l’ho nemmeno io.

Alcune persone vedono montagne innevate alla base e in fiamme sulla cima. Altre riconoscono un corpo che si tuffa, in continuità con la ricerca da cui tutto è partito.

Altre ancora vedono semplicemente una memoria. Un ricordo che non si lascia fissare in un’immagine precisa, ma rimane sospeso tra il riconoscibile e l’astratto, tenuto insieme dal filo che lo attraversa.

Credo che sia proprio questa la natura dell’arte astratta contemporanea unita all’arte tessile che mi interessa realizzare.

Non voglio creare un enigma da risolvere. Voglio lasciare uno spazio intenzionalmente incompleto, dentro il quale chi guarda possa entrare con la propria storia.

Il filo diventa così un percorso visivo, una direzione possibile, ma non obbligatoria. Può essere seguito con lo sguardo oppure abbandonato per osservare soltanto le macchie, le trasparenze e i margini del colore.

Ogni persona può entrare nell’opera da un punto diverso.

Per qualcuno il filo è una strada. Per altri è una ferita, un confine, un corso d’acqua o la linea di una montagna.

Per me è soprattutto un modo per rendere visibile il tempo.

Il colore si muove rapidamente, mentre il ricamo richiede lentezza. La pittura accade in pochi minuti e continua a trasformarsi durante l’asciugatura. Il filo, invece, cresce lentamente, punto dopo punto.

Le due azioni rimangono entrambe presenti nell’opera finita.

Il lavoro in studio sulla nuova serie 2026

Negli ultimi mesi il mio studio si è trasformato in un laboratorio quasi ininterrotto.

Le tele si accumulano appoggiate alle pareti, ancora senza una cornice definitiva. Il colore residuo cola sui tavoli e sul pavimento, lasciando tracce che a volte fotografo perché mi sembrano, a loro modo, già delle opere.

Lavoro spesso in piedi, davanti a tele di grande formato.

Mi muovo continuamente tra il tavolo dove preparo le diluizioni di pigmento e la parete sulla quale appoggio le tele ad asciugare.

Le osservo ogni volta da una distanza diversa. Mi allontano, mi avvicino, cambio la luce e provo a capire se la forma ha trovato un proprio equilibrio o se ha ancora bisogno di un intervento pittorico o tessile.

La pittura astratta su tela richiede tempi di osservazione lunghi, perché ogni colatura continua a trasformarsi anche quando il gesto iniziale è già terminato.

Ricordo in particolare una giornata, qualche settimana fa, durante la quale ho lavorato per ore su un’unica tela senza essere mai del tutto soddisfatta del risultato.

Versavo il colore, aspettavo che asciugasse, osservavo la superficie e poi tornavo a intervenire con un pennello quasi asciutto, aggiungendo texture nei punti che mi sembravano troppo uniformi.

Soltanto verso sera, con la luce che cambiava nello studio, ho capito che quella tela era già completa da almeno un’ora. Ero io a non essere pronta a lasciarla andare.

È una sensazione che conosco bene e che, con il tempo, ho imparato a riconoscere.

Il momento in cui il lavoro è finito arriva quasi sempre prima del momento in cui io sono pronta ad accettarlo.

Questo è anche il motivo per cui considero la serie un lavoro in corso, più che una collezione chiusa.

Ogni nuova tela dialoga con le precedenti. Spesso è proprio osservando un’opera già asciutta che capisco dove portare il filo e il colore nella successiva.

Alcune tele mi suggeriscono una direzione immediata. Altre devono restare ferme per giorni o settimane prima che riesca a comprenderle.

In certi casi il filo entra subito nell’opera. In altri casi aspetto, perché la superficie dipinta sembra avere già trovato una propria voce e non voglio aggiungere qualcosa soltanto per completare un’idea iniziale.

Sto imparando che anche non intervenire è una scelta.

Dove sta andando il progetto

Questa ricerca tra pittura astratta su tela e arte tessile è il fulcro intorno al quale sto costruendo il lavoro dei prossimi mesi. Proprio per questo ho deciso di documentarla passo dopo passo.

Continuerò a esplorare il rapporto tra colore diluito, tela e ricamo, introducendo probabilmente nuove tonalità oltre al verde e all’ocra che hanno dominato la prima fase.

Sto già lavorando con alcuni blu e con tonalità più calde, capaci di allontanarsi dalla palette naturale utilizzata finora.

Portare la pittura astratta su tela verso una dimensione sempre più tessile significa anche ripensare il confine tra superficie, materia e oggetto.

Mi interessa capire che cosa succede quando il filo, invece di rimanere un’unica linea sottile, diventa più presente.

Sto sperimentando nodi, intrecci e piccole porzioni di tessuto applicate sopra la tela dipinta.

Per il momento sono soltanto appunti e prove che tengo da parte in studio, senza condividerle ancora. È proprio in questa fase di incertezza, prima che un’idea diventi un’opera finita, che sento il lavoro più vivo.

Non escludo che la prossima fase della serie possa allontanarsi ancora di più dalla pittura pura per avvicinarsi a una vera forma di scultura tessile su tela.

Immagino opere sospese tra parete e oggetto, nelle quali il ricamo non sia più soltanto una linea, ma diventi volume.

Mi interessa anche il modo in cui la luce potrebbe attraversare questi elementi, creare ombre e modificare la percezione della superficie dipinta.

Il passaggio dalla linea al volume rappresenterebbe una trasformazione importante, ma sento che nasce in modo naturale dalla ricerca che sto portando avanti.

Il filo è già una presenza fisica. Lasciarlo crescere significa semplicemente permettergli di occupare uno spazio maggiore.

Una conversazione che continua oltre lo studio

C’è anche un’altra cosa che desidero condividere con voi a cuore aperto.

Chi negli anni ha scelto di portare una mia tuffatrice o una mia spiaggia nella propria casa oggi mi scrive, incuriosito da questa svolta verso il colore e il filo.

Mi emoziona pensare che le persone che hanno vissuto con le mie opere più silenziose stiano seguendo, passo dopo passo, questa fase più intensa e materica.

È bellissimo sapere che chi possiede già un mio lavoro torna a osservare ciò che sto facendo.

A volte mi scrivono soltanto per raccontarmi che cosa vedono in una nuova tela. Una montagna, una fiamma, una figura, un paesaggio o un ricordo.

È esattamente questo scambio che mi tiene legata al lavoro.

Non soltanto l’opera che esce dallo studio, ma la conversazione che continua dopo, quando l’immagine entra nella vita e nello spazio di un’altra persona.

Se questo percorso ti incuriosisce, puoi seguire l’evoluzione della serie direttamente su Instagram, dove condivido gli aggiornamenti e i momenti di lavoro in studio.

Puoi anche scoprire le opere già completate nella sezione Opere del sito.

Per chi è interessato a un progetto su misura, ispirato allo stesso linguaggio pittorico e tessile, per uno spazio privato o un ambiente dedicato all’ospitalità, tutte le informazioni sono disponibili nella sezione Per spazi e progetti, dedicata alle collaborazioni con hotel, studi di architettura e interior designer.

Questa nuova serie è ancora in trasformazione. Non so con precisione dove mi porterà, ed è forse proprio questo l’aspetto che mi interessa maggiormente.

So soltanto che il colore continuerà a muoversi, il filo continuerà ad attraversarlo e ogni opera conserverà una parte di ciò che è successo prima.

Un gesto, una riva, un corpo sospeso, una traccia d’acqua o un ricordo che torna senza assumere mai una forma completamente definita.

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